Firenze in testa alla classifica delle città italiane più inquinate

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In numerose città europee l’inquinamento atmosferico è una questione annosa, rappresentando soprattutto un grave rischio per la salute. 

L’Agenzia Europea dell’Ambiente (AEA) ha pubblicato – a giugno – una mappa visuale della qualità dell’aria nelle città europee, tramite la quale è possibile analizzare i relativi valori degli ultimi due anni nella propria città, per poi confrontarli con quelli di altre conurbazioni.

Dall’analisi di questa mappa è emerso come Firenze sia in testa alla classifica delle città italiane con maggiore concentrazione di diossido di azoto per metro cubo: è infatti risultata quella con i più alti livelli di smog sul territorio italiano. A tal proposito, il sindaco di Firenze, Dario Nardella, ha sostenuto che tale innalzamento sia probabilmente dovuto anche al fatto che, a causa dei lavori sull’A1, molto traffico si sia riversato sulla viabilità ordinaria, quindi anche sulla città stessa.

Inoltre, è da considerare che con la stagione estiva si vengono a creare delle reazioni chimiche tra ossidi di azoto e composti organici volatili, tali da dar vita ad ozono, perossiacetilnitrato e perossibenzoilnitrato, oltre ad altre sostanze a basse concentrazioni. Tale fenomeno, catalizzato dalla luce, produce smog fotochimico, caratterizzato da un colore giallo-arancio, altamente tossico per la salute di vegetali ed umani.

Proseguendo nell’analisi dei dati, emerge che nel biennio 2019-2020 le tre città europee più pulite, in termini di qualità dell’aria, sono state: Umea (Svezia), Tampere (Finlandia) e Funchal (Portogallo); mentre le tre più inquinate sono risultate essere: Nowy Sacz (Polonia), Cremona (Italia) e Slavonski Brod (Croazia). 

Più nello specifico, la mappa suddivide i livelli di qualità dell’aria in:

  • Buoni;
  • Mediocri; 
  • Scarsi;
  • Molto scarsi.

Delle 323 città incluse nella mappa, 127 di queste hanno registrato una qualità dell’aria classificata come buona, essendo al di sotto degli orientamenti sanitari per l’esposizione a lungo termine al particolato fine, come fissati dall’OMS (10 microgrammi per metro cubo d’aria).

Il particolato fine è, difatti, l’inquinante atmosferico che incide maggiormente sulla salute quando si parla di morti premature e malattie: in particolare, l’esposizione a lungo termine causa malattie cardiovascolari e respiratorie.

Basti pensare che, pur avendo assistito nell’ultimo decennio ad un netto miglioramento della qualità dell’aria in Europa, l’AEA ha stimato che nel 2018 l’esposizione al particolato fine ha causato circa 417.000 morti premature in 41 Paesi europei.    

In conclusione, lo scopo della mappa è quello di fornire informazioni cui i cittadini possano ricorrere per segnalare eventuali problemi alle autorità locali: ciò aiuterà a raggiungere gli obiettivi stabiliti dall’Unione Europea in materia di “Zero Pollution”.

Infatti, il 12 maggio 2021 la Commissione Europea ha adottato lo “Eu Action Plan Towards a Zero Pollution for Air, Water and Soil”: l’obiettivo, fissato al 2050, è quello di ridurre l’inquinamento di aria, acqua e suolo a livelli non nocivi per la salute e per gli ecosistemi naturali.

Lisa Pieroni

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Formula E: motori e sostenibilità (prima parte)

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Secondo gli obiettivi del piano nazionale integrato per l’energia elettrica (PNIEC) di dicembre 2019, entro il 2030 è previsto un incremento sostanziale degli investimenti nel trasporto elettrico, sia pubblico e sia privato. Nei prossimi 5-7 anni il numero di veicoli ad alimentazione elettrica sarà attorno ai 6 milioni, di cui 4 milioni saranno elettrici puri. Inoltre, il piano verte sull’implementazione di politiche “volte a conseguire l’elettrificazione dei trasporti”, ponendo delle restrizioni progressive alla circolazione di mezzi inquinanti.

Attualmente la mobilità elettrica nel nostro Paese rappresenta lo 0,2%, un dato certamente inferiore se si guarda il resto dell’Europa. Al primo posto della classifica del continente europeo troviamo la Norvegia con il 14,64%. Le nazioni quali: Inghilterra, Francia, Germania e Spagna, sono caratterizzate da percentuali che vanno rispettivamente dallo 0,99% per scendere ai livelli italiani dello 0,2%. (Report ottobre 2020, “Il futuro della mobilità elettrica: l’infrastruttura di ricarica in italia 2030”.)

Sempre secondo il report precedentemente citato, nonostante i dati relativamente bassi, il trend dell’elettrico circolante sta crescendo di anno in anno, con un +118% nel biennio 2018-2020. Per quanto riguarda le altre categorie di alimentazione, nel medesimo periodo, c’è stato un incremento del 2,5%.

Analizzando a livello geografico la distribuzione dei veicoli elettrici nel 2020 in Italia, il nord detiene la fetta più importante del parco auto elettriche, con ben il 68%; il centro è rappresentato dal 24%, mentre al sud la percentuale si attesta all’8%.

Questi numeri sono strettamente correlati al grado di incentivi messi a disposizione dalle singole regioni. Per esempio, Trentino e Piemonte sono state le regioni del nord con maggiore incremento di immatricolazioni elettriche, offrendo incentivi sia per i privati e sia per le imprese. La Toscana, sempre nel 2020, ha registrato una distribuzione di auto elettriche fra il 10-14% sul totale del parco auto.

L’incremento dell’elettrico fa sorgere nuovi bisogni da soddisfare da parte della clientela, spesso riguardanti le tempistiche di ricarica e il numero di colonnine per ricaricare il veicolo.

In Europa sono stati utilizzati due modelli per risolvere quest’ultimo problema. Ad Amsterdam, per incentivare l’acquisto di motori elettrici, è stata data la possibilità al cliente di richiedere un punto ricarica nei pressi della propria abitazione qualora non ne fosse presente uno.

Spostandosi in Inghilterra, nello specifico a Londra, 1300 lampioni stradali sono stati convertiti in colonnine, permettendo la ricarica in un’ora.

Il report “Le infrastrutture di ricarica pubbliche in Italia” ha fatto emergere come nel nostro Paese la situazione punti di ricarica stia migliorando: solamente nel 2020 c’è stato un aumento del 39%, difatti attualmente ci sono 19.324 colonnine. Per incrementare questo trend sono stati fatti anche degli accordi importanti, come quello fra Be Charge ed Eni gas e luce, che hanno installato delle colonnine con corrente elettrica proveniente al 100% da fonti rinnovabili. Inoltre, da marzo 2021, tutti i possessori di auto elettriche avranno uno sconto del 50% sulla prima ricarica utilizzando l’app di ricarica Be Charge.

I vantaggi delle auto elettriche sono molteplici:

  • Diminuzione dei costi per quanto riguarda il consumo e l’assicurazione;
  • Possibilità di installare le colonnine nella propria abitazione;
  • Riconoscimento di molti bonus.

Guardando all’ambito ambientale vengono ridotte le emissioni dannose del 40-50% rispetto alle altre tipologie di alimentazione. Non solo, si registra anche una forte diminuzione dell’inquinamento acustico. 

Oltre ai molti pro, sono presenti anche dei lati negativi. Essi possono essere riassunti in alcuni punti:

  • Autonomia limitata e tempi di ricarica incompatibili con le necessità dell’utente. Per questo motivo è importante la presenza di una buona rete di ricariche elettriche sul territorio;
  • In caso di incidente una batteria elettrica ha maggiori possibilità di incendiarsi rispetto alle altre tipologie di vetture;
  • Lo smatimento delle batterie è una delle incognite che riguardano questa tematica.

In conclusione, l’utilizzo dell’elettrico risulta essere presente nella stragrande maggioranza delle agende nazionali di molti Paesi. Esso può essere una valida alternativa alle auto emettono gas inquinanti. 

Nonostante i lati positivi, ancora oggi non tutti sono pienamente convinti di passare all’elettrico. I principali fattori che scoraggiano l’acquisto, come già evidenziato, sono i tempi e le modalità di ricarica. 

Un altro elemento da tenere in considerazione è il decongestionamento delle batterie.

Questa corsa frenetica verso la mobilità elettrica non ha ancora trovato una soluzione allo smaltimento in modo sicuro ed efficace, rappresentando una probabile problematica futura. 

Lisa Pieroni

IL POTERE DEL VENTO (parte 1)

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Sai come si forma il vento nell’atmosfera terrestre? Sono due i fattori fondamentali per la sua formazione, la pressione atmosferica e le masse d’aria. Infatti, il vento, non è altro che lo spostamento orizzontale di masse d’aria tra zone aventi la medesima quota ma una pressione differente, maggiore o minore. Esistono diversi tipi di vento in base alla loro origine e alle loro caratteristiche e vengono generalmente classificati in: costanti, periodici, variabili ed irregolari.

 Sin dall’antichità l’uomo si è servito del vento per diversi scopi, come la navigazione a vela: unico mezzo di comunicazione e commercializzazione degli antichi, la cui propulsione dipendeva essenzialmente dalla forza generata dalle correnti d’aria. Gli Egizi, per citare un esempio, attendevano il vento favorevole per poter manovrare le proprie imbarcazioni lungo il Nilo. Anche per la progettazione di edifici, i primi architetti basavano i loro progetti sullo studio delle correnti d’aria.

La prima testimonianza dell’utilizzo del vento per generare energia meccanica risale invece al I secolo, quando l’ingegnere greco Erone di Alessandria progettò la prima ruota a vento utilizzata per alimentare un organo musicale. Facendo un balzo temporale di ottocento anni, nel IX secolo, vennero ideati i primi mulini a vento nel territorio iraniano, diffusi in seguito in Medio Oriente e in Asia. Con il passare degli anni vennero utilizzati anche in Europa per macinare la farina, o per scopi agricoli ed edilizi.

 Il vento è dunque da sempre un potenziale generatore di energia, la cosiddetta energia eolica. Il termine eolico deriva dal greco Αἴολος, comunemente noto come Eolo, dio dei venti secondo la mitologia greca. L’energia eolica viene definita dalla scienza come energia cinetica di una massa d’aria in movimento.

Ai giorni nostri, lo strumento utilizzato per la produzione di tale energia è l’aerogeneratore, o più comunemente conosciuto come turbina eolica.

Lo spostamento d’aria prodotto dal vento attiva le pale, che a loro volta mettono in moto un rotore che trasmette il suo moto ad un moltiplicatore di giri. Quest’ultimo trasferisce il proprio movimento ad un alternatore che trasforma l’energia meccanica in elettrica.

L’insieme di centinaia di singoli aerogeneratori, interconnessi mediante una rete di trasmissione, costituiscono grandi parchi eolici.

Esistono 3 tipologie di centrali eoliche, differenziate per la loro collocazione:

On-Shore, sono quelli maggiormente diffusi, posizionati su alture e zone ben esposte ai venti ad almeno 3 km dalla costa;

●     Near-Shore, posizionati a meno di 3 km dalla costa se nell’entroterra oppure sul mare entro i 10 km dalla costa;

●     Off-Shore, collocati in siti marini ad alcune miglia da zone costiere, costituite da turbine eoliche multiple flottanti poste su una piattaforma galleggiante; possono essere installate anche in mare aperto per beneficiare dei venti costieri, purché al di fuori di rotte marittime.

Lisa Pieroni

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ALEXANDER LANGER: STORIA DI UNO DEI PRIMI ECOLOGISTI ITALIANI

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Il nostro ateneo, nel corso della sua storia, ha formato molti personaggi che si sono poi distinti nel mondo; uno di questi è Alexander Langer. È stato un uomo di forte rilievo nella scena politica del nostro Paese e non solo. Per capire tutto ciò vediamo meglio il suo profilo biografico.

Langer nasce a Vipiteno (Bolzano) nel 1946. Il padre Artur era ebreo non praticante di origini viennesi, e nella vita faceva il medico,  mentre la madre, Elisabeth Kofler, era una farmacista tirolese.

Il periodo storico in cui è vissuto è stato segnato da molti avvenimenti che interessarono la storia dell’Italia e non solo, a partire dal referendum monarchia o repubblica, il boom economico, la guerra fredda, le lotte studentesche e operaie, gli anni di piombo ecc.

Nel 1963 si iscrive alla Facoltà di giurisprudenza presso l’Università di Firenze, laureandosi il 18 luglio 1968 con una tesi su “Autonomia provinciale di Bolzano nel quadro dell’autonomia regionale del Trentino Alto Adige e sue prospettive di riforma”. Durante il periodo accademico partecipa alle varie vicende che interessavano il suo territorio natio, il Sudtirolo, che stava attraversando un periodo caratterizzato da forti lotte etniche.

Nella città fiorentina, negli anni da studente, si avvicina a molte figure di rilievo in quegli anni, come Giorgio La Pira (l’allora sindaco e suo professore), padre Ernesto Balducci e inoltre, conobbe don Lorenzo Milani.

Negli anni successivi si dedicò sia alla vita politica e sociale, sia a quella di insegnante. 

Leggendo tutto ciò sorge un quesito: ma cosa c’entra Langer con l’ecologismo?

Durante la sua vita Langer si è dedicato a molte tematiche sociali fra le quali la guerra nell’ex Jugoslavia e l’ecologismo.

Il termine ecologismo si diffonde attorno agli anni Settanta. Il principio cardine di questo pensiero si fonda principalmente sull’applicazione di politiche volte alla tutela dell’ambiente. Il primo partito verde della storia nacque in Australia nel 1972 con il “Gruppo Tasmania Unita”. Solamente un anno dopo in Inghilterra venne fondato il “Green Party”.

Negli anni Ottanta, Langer inizia la propria lotta ambientale sia nel nostro Paese che nel resto d’Europa. Tutto ciò fu facilitato dalla conoscenza che aveva dell’italiano e del tedesco: riuscì infatti a farsi spazio nei vari movimenti ecologisti che si stavano formando in quel periodo nell’area europea.

Nel 1982 promosse il Convegno internazionale nel palazzo della Regione Trento, intitolato “un partito/movimento verde anche in Italia?”. Due anni dopo, nel 1984, divenne il relatore nella prima Assemblea nazionale dei verdi, svoltasi a Firenze. I giornali italiani definirono Langer come “il profeta verde”. 

Nel 1989 fu eletto al Parlamento europeo nelle liste Verdi e divenne presidente del gruppo nel ‘94. Inoltre partecipò, nel 1992, a una delle prime conferenze ambientali, quella svoltasi a Rio De Janeiro.

“A quanto risulta, sinora il desiderio di un’alternativa globale – sociale, ecologica, culturale – non è stata sufficiente, o le visioni prospettate non sufficientemente convincenti. Non si può certo dire che ci sia oggi una maggioranza di persone disposta ad impegnarsi per una concezione di benessere così sensibilmente diversa, come sarebbe necessario.”

Tramite questo concetto Langer esprime il pensiero di come la società ancora non sia incentivata a imporre cambiamenti nella propria vita, tutto ciò a favore di una rivoluzione volta al miglioramento della condizione ambientale.

Sinora si è agito all’insegna del motto olimpico «citius, altius, fortius» (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la nobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in «lentius, profundius, suavius» (più lento, più profondo, più dolce), e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso.”

Langer sperava in una conversione ecologica della società, quest’ultima doveva impegnarsi a una auto-limitazione cosciente, valorizzando le comunità e la convivialità. È stato ideatore della “Fiera delle Utopie Concrete“, che si svolge ogni anno a Città di Castello (PG), dove vengono esposte idee per la conversione ecologica sia della società che dell’economia.

Si tolse la vita nei pressi di Firenze il 3 luglio del 1995

Langer fu uno dei più importanti esponenti del mondo ecologista italiano e non. Ha permesso una forte spinta primordiale nel campo ambientale, sensibilizzando la società spronandola a cambiare i propri stili di vita. Ancora oggi questo pensiero non risulta obsoleto.

Lisa Pieroni

UNIFI E AGENDA 2030

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Quanti di voi negli ultimi anni hanno sentito parlare di Agenda 2030? Sapevate che il nostro ateneo fiorentino si trova al 3º posto in Italia relativamente a “industria, innovazione e infrastruttura”? Inoltre, eravate a conoscenza dell’esistenza di una classifica mondiale dove vengono raccolti i dati di impatto dei vari atenei mondiali? “Times Higher Education Impact è la classifica che valuta le università in base all’impegno in relazione all’applicazione degli obiettivi stilati dall’ONU.

Facciamo un passo indietro. L’Agenda 2030 è stata istituita dall’Organizzazione delle Nazioni Unite nel 2015, con l’obiettivo di far fronte alle attuali emergenze che si sono rese protagoniste negli ultimi anni. Il documento è composto da 17 SDGs (Sustainable Development Goals) e 169 sotto obiettivi, che spaziano fra le varie tematiche ambientali, sociali ed economiche. Il principio cardine dell’Agenda è l’universalità: ogni Paese deve impegnarsi, in proporzione alle proprie capacità, nel raggiungere le mete fornite dell’ONU. 

Prima dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile del 2015, era presente un altro programma universale basato su princìpi simili: obiettivi per lo sviluppo del Millennio adottati nel 2000. 

I risultati degli obiettivi fissati nel 2000 sono stati tangibili. Nonostante la crescita della povertà, molte più persone hanno accesso a fonti di acqua sicura e controllata, il tasso di educazione è aumentato in linea generale e anche a livello sanitario alcune realtà, che mostravano gravi carenze nel campo, sono riuscite a diminuire la presenza di malattie quali malaria, tubercolosi e Aids. 

Tornando alla nostra realtà fiorentina. Secondo “THE University Impact Rankings l’Unifi si trova al 63esimo posto nella classifica mondiale (terza in Italia) per “industria, innovazione e infrastrutture”. Per quanto riguarda “consumo e produzione responsabile” si trova nella fascia mondiale 101-200, assieme all’università dell’Aquila. Gli altri indicatori presi in considerazione dimostrano essere ad un buon livello, essi sono: 

  • Azione per il clima;
  • Buona salute e benessere;
  • Riduzione della disuguaglianza; 
  • Città e comunità sostenibili; 

A livello generale la classifica mondiale ha subito dei grandi cambiamenti fra gli anni 2020 – 2021. I riposizionamenti sono causati da un aumento del 45% di atenei che si sono dedicati all’implementazione degli obiettivi ONU; difatti, nel 2020 essi erano 768, nel 2021 sono diventati 1.115. In riferimento a ciò, anche il numero di atenei italiani è mutato dalle sole 10 posizioni del 2020, alle 16 dell’anno in corso. L’Unifi dopo il ricalcolo si è posizionata nella fascia 200-300. 

Il delegato per le politiche sulla sostenibilità del nostro ateneo, Franco Bagnoli, ha commentato: “Questi dati, al di là di una progressiva presa di coscienza della strategicità di questi temi da parte del mondo accademico mondiale, testimoniano un rinnovato impegno del nostro Ateneo. I risultati premiano da una parte l’innovazione della ricerca e il trasferimento sul territorio, dall’altro le buone pratiche messe in campo in questi anni, ad esempio, nel campo del riciclo dei rifiuti, nella riduzione del consumo della plastica, dell’efficienza energetica e della mobilità sostenibile”.

Anche la Toscana si sta impegnando per la realizzazione di un programma volto all’inserimento dei 17 obiettivi nelle politiche regionali. Ciò dimostra la necessità di agire non solamente a livello nazionale, ma anche a livello regionale, e addirittura locale. L’azione delle diverse piccole realtà presenti può comportare un’accelerazione generale verso una realizzazione degli obiettivi Onu più equa a livello territoriale.

Questi dati dimostrano come le politiche sostenibili siano entrate anche nel mondo accademico, e ciò deve essere ritenuto un grande passo per la sensibilizzazione dei vari temi affrontati. Proprio l’istruzione dovrebbe essere il baluardo da dove partirà la prerogativa per un mondo più sostenibile, equo sia dal punto di vista economico sia sociale, proprio come auspica l’Agenda 2030.

Lisa Pieroni

LA CRONOSCALATA DI FIRENZE VERSO UNA MOBILITÀ SU DUE RUOTE

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A chi di noi guardando una bicicletta non viene in mente l’infanzia? Di quando per la prima volta salivi in sella, e piano piano tentavi di pedalare in modo tale da rimanere in equilibrio. Probabilmente i primi tentativi erano destinati al fallimento, ma dopo svariate prove, tac! Ecco che trovavi quel sistema che riusciva a mettere in armonia il corpo umano e la vera essenza della bicicletta: l’equilibrio. Ecco, quel semplice gesto verrà immagazzinato nella tua mente e nonostante possano passare anni, non dimenticherai mai come trovare l’equilibrio. La prima pedalata è uno dei primi riti di “iniziazione” di quasi ognuno di noi, una volta imparato non saprai nemmeno come spiegare come tu sia riuscito a farlo. Tu ricordi la prima pedalata?

Le prime origini della bicicletta risalgono al periodo storico di fine Quattrocento, grazie al genio di Leonardo Da Vinci. Nel “Codice Atlantico” del 1490 sono contenuti i suoi schizzi che ritraggono un veicolo simile al biciclo.

Facciamo un balzo di trecento anni; siamo alla fine del XVIII, un periodo storico caratterizzato da rivoluzioni e nuovi ideali su cui verranno poste le basi per gli anni a venire. Proprio in questo periodo in Francia, nel 1791, il Conte Sivrac progetta il primo mezzo a due ruote: il “célérifère”. Tuttavia, l’invenzione della bicicletta, per come la conosciamo noi oggi, è attribuita al barone tedesco Karl von Drais, nel 1817. In Italia la due ruote venivano denominate ‘draisina’ e apparvero a Milano nel 1819.

Nei secoli successivi la bicicletta ne ha fatta di strada in tutti i sensi, rivelandosi un mezzo fondamentale, adattandosi sempre di più alle esigenze dell’uomo: bici da passeggio, bici da corsa, mountain bike, bici da cicloturismo ecc… insomma, ne esistono un’infinità per tutti i gusti e esigenze.

Ma torniamo ai giorni nostri. Ormai da più di un anno il Covid-19 è entrato nelle nostre vite, modificando radicalmente molti nostri comportamenti e abitudini. I vari lockdown hanno costretto la maggior parte di noi a concentrare tutta la giornata davanti a un dispositivo elettronico per lavorare, studiare e/o anche semplicemente come utilizzo ricreativo. Tutto ciò ha spinto le nostre vite a una quotidianità per lo più sedentaria. A seguito dell’alleggerimento delle misure di restrizione, parte della popolazione ha posto attenzione sulle tipologie di mezzi di trasporto che diminuissero il rischio contagio, spingendo il cittadino all’utilizzo delle due ruote. Anche tu hai verificato questo cambiamento?

La mobilità sostenibile è il quarto dei nove punti contenuti nel piano “Rinasce Firenze” (vedi articolo 12 aprile 2021 di Sara Alfonso), questo obiettivo oltre a tenere in considerazione gli spostamenti con mezzi pubblici, mette in risalto la necessità di adeguarsi alle richieste di migliorare la mobilità ciclabile. I principali progetti sono:

  • Estensione delle piste già esistenti di ulteriori 12 km; inserire 10 km di zone ciclabili nelle strade che sono attualmente utilizzate esclusivamente da mezzi a motore;
  • Incrementare le “zone 30” per tutelare tutti gli utenti stradali;
  • Incentivare l’utilizzo della bici per recarsi al lavoro tramite azioni quali: inserire nell’orario lavorativo il tragitto in bici e attivare incentivi per la mobilità green (rilascio di kit antifurto, sconti sul settore, rottamazione di autoveicoli a favore delle due ruote). Inoltre, è da tenere in considerazione il bonus governativo che è stato varato nel 2020 (validità fino al 31 dicembre 2020) per l’acquisto di mezzi sostenibili.

Secondo il Dossier Covidlines, redatto da Legambiente, a Firenze da maggio 2020 sono stati incrementati di 9,6 km i percorsi ciclabili pop-up, situati nei seguenti tratti: viale Redi, via Torre degli Agli dietro il Palagiustizia e via Talenti fino a Scandicci lungo viale Nenni. Sempre secondo il Dossier, nei piani comunali sono previsti degli ampliamenti del chilometraggio delle piste ciclabili, infatti, si passerà dagli attuali 66,3 km ai 108,5 km.

Sempre stando ai dati del Dossier sopracitato, nel nostro Paese solamente nel mese di settembre 2020 l’uso delle biciclette è aumentato del 27,5%, portando l’Italia al primo posto nella classifica europea. Inoltre, a maggio dello stesso anno c’è stato un incremento di vendite di bici del 60% rispetto allo stesso periodo del 2019. Ciò è sicuramente correlato al bonus erogato dal Governo, dalle restrizioni anticovid che permettevano l’utilizzo della bici senza troppe limitazioni e al desiderio di libertà diffuso nella maggior parte della popolazione.

In precedenza ho menzionato i percorsi pop-up, ma cosa sono?

Sicuramente ne avrete visti molti nelle varie zone di Firenze (e non solo). Sono percorsi realizzati con una spesa irrisoria, grazie all’utilizzo di segnaletica orizzontale e verticale. Esse vengono inserite direttamente nelle aree trafficate da veicoli a motore, così da tutelare i ciclisti. Questa iniziativa è del tutto provvisoria, infatti il progetto finale verterà nelle realizzazione di una vera e propria pista ciclabile.

La crescita della due ruote non si è verificata solamente a livello nazionale ed europeo, ma anche nel resto del mondo. Secondo i dati dai Google, tra febbraio e giugno 2020, le ricerche di indicazioni stradali ciclabili sono incrementate del 69%.

La bicicletta oltre a offrire una sicurezza nel mantenimento del distanziamento sociale, può incentivare la popolazione a raggiungere le proprie mete quotidiane facendo nel contempo attività fisica. Un uso regolare della bicicletta può portare a molteplici benefici sia sociali che  per la salute dell’uomo, riducendo di conseguenza i costi di assistenza sanitaria generale. Nel documento del 2018 “Promuovere l’uso della bicicletta” stillato dalla Direzione Generale delle politiche interne dell’Unione, quattro ore di bicicletta a settimana, o circa 10 km al giorno, rappresenterebbero un livello di esercizio adeguato per mantenersi in allenamento. Tutto ciò non comporta solamente benefici per la salute personale, ma anche per l’intero ambiente urbano, diminuendo le emissioni di gas inquinanti, anch’essi colpevoli di molte malattie respiratorie che colpiscono l’uomo. Inoltre, l’uso della bici può ridurre il flusso dei veicoli in circolazione, alleviando lo stress generale dati dal traffico. Oltre ai benefici salutistici, la bici è un mezzo accessibile a livello economico per tutti, anche i costi di manutenzione sono irrisori.

Arrivando alle conclusioni, è importante sottolineare come questo sia il momento giusto per sollecitare le istituzioni nell’incrementare gli investimenti nel settore dei trasporti sostenibili, sfruttando la curva in crescita della richiesta di mezzi a due ruote. Le esigenze da parte dei consumatori saranno sempre in aumento nel futuro prossimo, per cui sono necessarie delle politiche che vadano a tutelare ed esaudire i bisogni dei ciclisti che ogni giorno frequenteranno le strade urbane.

La mobilità sostenibile è uno dei baluardi delle città resilienti, percepire in modo reale la crescita di questo settore fa ben sperare in un futuro libero (o almeno in parte) dalle emissioni di gas inquinanti, con il conseguente miglioramento della salute generale.

Lisa Pieroni

FIRENZE PER UN FUTURO CIRCOLARE

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Avete mai sentito parlare di “Firenze città circolare”? Cosa si intende per circolare?

“Firenze città circolare” è un piano quinquennale che permetterà di migliorare la gestione, sia qualitativa che quantitativa, dei rifiuti urbani, e avrà come scopo finale quello di dare una nuova vita al prodotto riciclato in precedenza. In questo progetto verranno coinvolti un numero sempre crescente di utenze, sia domestiche che non. La quantità di rifiuti che avranno un nuovo ciclo di vita si aggira intorno ai 140.000 t/anno, calcolata su un totale di circa 245.000 t/anno di rifiuti raccolti nella città.

Gli obiettivi da perseguire entro il 2025 sono:

  • Incrementare la percentuale di quantità e la qualità della raccolta differenziata;
  • Diminuzione dello smaltimento in discarica dei rifiuti, disincentivando la produzione di rifiuti non differenziabili;
  • Raccogliere, riciclare e riutilizzare  il maggior numero di materiali possibili, in modo tale da valorizzare più rifiuti possibili, basando il tutto su un miglioramento dello sviluppo delle fiere industriali a livello territoriale e sull’aumento dell’efficienza degli impianti;

Per migliorare l’efficienza della raccolta dei rifiuti sono stati organizzati diversi sistemi in base al numero di utenze presenti nell’area interessata:

  • Nelle aree collinari e con una bassa densità abitativa (25 mila utenze massimo) verrà attivata la raccolta porta a porta, dove verranno tracciati i contenitori in modo tale da facilitare lo svuotamento di essi.
  • Nelle aree con una densità media (40 mila utenze) verranno inseriti dei contenitori interrati con teconologia A-bin.
  • Nelle aree altamente urbanizzate (148.000 utenze) saranno aggiunti più cassonetti per ogni tipologia anch’essi con tecnologia A-bin.

La tecnologia A-bin di cui sono attrezzate entrambe le ultime due categorie elencate sono sensori capaci di segnalare il livello di riempimento dei cassonetti, e avvisare eventuali danneggiamenti o ribaltamenti; inoltre, avranno un’antenna gps e saranno forniti di riconoscimento facciale del cittadino. Ogni utente avrà un pass par tout che traccerà e identificherà i vari comportamenti, così da permettere un calcolo della Tari con eventuali premi per coloro che si sono distinti per la loro condotta che si è dimostrata costante e positiva. Tutti queste azioni faranno da volano per sensibilizzare il cittadino sulla raccolta differenziata e smaltimento dei rifiuti in modo sostenibile, aspetto fondamentale per portare avanti la rivoluzione sostenibile.

Quella sopra descritta non è l’unica iniziativa circolare nel territorio fiorentino, anzi, durante la giornata mondiale dei rifiuti (18 marzo 2021) è stato lanciato dal comune un pacchetto di iniziative sostenibili. Le proposte sono state avanzate dall’assessore all’Ambiente Cecilia Del Re. I progetti presentati sono stati due: il primo è quello sopra descritto “Patto per l’economia circolare di Firenze”; mentre il secondo riguarda delle direttive che coinvolgono i dipendenti nell’area amministrativa. Le modifiche apportate nell’ambito amministrativo si possono riassumere nelle seguenti azioni: aree comuni per consumare pasti portati da casa e non preconfezionati (diminuzione dei rifiuti usati per l’imballaggio), incremento di cestini per la raccolta differenziata nelle aree di lavoro, distribuzione di borracce e tazze in ceramica per consumare le varie bevande, limitare il numero delle stampe non indispensabili, riutilizzare i fogli stampati solo da un lato per scrivere appunti ecc.

Nel paragrafo precedente è stata menzionata la giornata mondiale del riciclo svoltasi Il 18 marzo 2021. Non è passata in secondo piano la notizia del primato italiano nella classifica europea di riciclo dei rifiuti. Secondo i dati dell’Eurostat il Bel Paese ricicla il 79% dei rifiuti totali, al dì sopra della media europea che si aggira attorno al 39%. 432 mila sono le imprese italiane che si sono impegnate nel finanziare progetti con un approccio green (Rapporto Greenitaly 2020). I dati raccolti sembrerebbero in crescita rispetto al quinquennio precedente. La Lombardia risulta essere la regione più “green”. Infatti, circa 78 mila imprese si sono impegnate nell’applicare politiche ecosostenibili.

Cosa possiamo dire per quanto riguarda la Toscana?

Secondo la medesima classifica nazionale, la Toscana risulta essere al sesto posto, con quasi 30 mila imprese che puntano a una filosofia sostenibile. Firenze è la sesta città italiana con 8 mila imprese che hanno effettuato investimenti green. Sempre secondo il Rapporto Greenitaly, la nostra università è stata inserita nell’elenco degli atenei che si stanno impegnando nella ricerca di una bioeconomia circolare e della chimica verde.

Tornando alla seconda domanda con cui si è aperto questo articolo, cosa si intende per circolare, anzi più nello specifico economia circolare?

L’economia circolare è un tema che fa da pilastro per la facoltà sviluppo economico e cooperazione internazionale socio-sanitaria e gestione dei conflitti (SECI, campus di Novoli). In particolare questo argomento è stato analizzato nel corso di Sostenibilità delle filiere produttive, insegnato dalla Prof.ssa Patrizia Pinelli e dal Prof. Leonardo Borsacchi. Fino a pochi decenni fa i beni di consumo venivano in prevalenza trattati nel modello economico lineare. La vita di un prodotto era basata in un unico ciclo composto da cinque tappe: estrazione delle materie prime, produzione, distribuzione, consumo e rifiuto. Negli ultimi anni è stato provato che non è più possibile applicare questo concetto a causa di molteplici fattori: crescita demografica, incremento dell’inquinamento, difficoltà nel reperire alcune materie prime e problematiche socio-economiche.

Con queste considerazioni la comunità internazionale si sta muovendo per superare il concetto di economia lineare per sostituirlo con il modello circolare. L’applicazione di questo concetto necessità di un completo ripensamento dell’organizzazione del sistema. I primi concetti di economia circolare si sono formati negli anni Sessanta grazie a Barbara Ward e Kenneth Boulding. I principi che caratterizzano la circular economy si possono riassumere in recupero e riutilizzo. L’obiettivo principale è estendere la vita di un prodotto, massimizzando il numero di utilizzo, limitando o eliminando il concetto di rifiuto. Grazie alla creazione di una simbiosi industriale, potrebbe essere possibile utilizzare gli scarti di un’impresa come materia prima per un’altra filiera produttiva.

L’applicazione di questo modello è ancora ostacolato da normative, da interessi politici, da scarse conoscenze e tecnologie orientate a un concetto lineare, alla consapevolezza e sensibilizzazione che si ha a livello di opinione pubblica e alla disponibilità di risorse economiche. Con queste nozioni appena fornite è stato possibile spiegare anche il concetto su cui sono basate le NBS (vedi articolo del 15 marzo 2021) e le città resilienti, ovvero un sistema complesso dove ogni elemento presente interagisce con l’altro, con lo scopo di adattarsi al meglio ai cambiamenti climatici, sociali ed economici.

Questo principio può essere applicato in ogni angolo della città attraverso: vasche per la raccolta di acque piovane, boschi verticali (se vuoi sapere di più di forestazione urbana clicca qui), approvvigionamento di materiali a chilometro zero, pannelli fotovoltaici (ottenere energia per ricaricare auto e alimentare gli edifici), incrementare i servizi di sharing, sistemi di smart parking (riduzione del traffico dovuto alla ricerca di parcheggio) e aree dove vengono depositati materiali non più utilizzabili, ma che hanno ancora un potenziale valore. Inoltre è possibile inserire attività di upcycling, ovvero dare più valore a un materiale che prima ne possedeva meno: utilizzo dei pallet come materiale per costruire oggetti domestici ecc…

Il modello circolare è lo spiraglio che ci fa sperare in un futuro sostenibile, che possa essere in simbiosi con la natura. Le conclusioni potranno apparire banali e ripetitive, ma ancora una volta tutto è nelle mani dell’uomo. Lui è il possibile artefice di questo futuro, solamente quando imparerà a convivere con la natura allora la sostenibilità diventerà il paradigma cardine della nostra società.

Lisa Pieroni

N.B.S: SOLUZIONE PER UN FUTURO PIÙ SOSTENIBILE

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Puntare a un futuro più ecosostenibile e in armonia con la natura è oggi possibile grazie alle conoscenze e capacità acquisite dall’uomo nell’arco dei secoli. Il sistema Terra è caratterizzato da un’eccezionale capacità di generare flussi energetici e materiali indispensabili per il sostentamento vitale del pianeta in modo del tutto autonomo. Molte volte questi cicli vengono interrotti dall’attività umana che, tramite comportamenti irresponsabili, causa gravi danni al sistema ambiente. Secondo i dati della World Bank negli ultimi due decenni oltre 4 miliardi di persone sono state colpite da disastri naturali, causando oltre un miliardo di morti e altrettanti gravi perdite nel settore economico.

Un eventuale connubio fra uomo e natura potrebbe creare i presupposti per alleviare gli effetti dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici. Come può l’essere umano mitigare questi fenomeni attraverso metodi del tutto naturali? La risposta si può trovare nelle natural based solutions (NBS).

La Commissione Europea definisce questi metodi come “soluzioni ispirate alla natura e da essa supportate. Sono convenienti e forniscono benefici ambientali e socio-economici, creando resilienza; tali soluzioni apportano una presenza maggiore, e più diversificata, della natura nonché delle caratteristiche e dei processi naturali nelle città e nei paesaggi terrestri e marini, tramite interventi sistemici adattati localmente ed efficienti sotto il profilo delle risorse. Le soluzioni basate sulla natura devono giovare alla biodiversità e supportare l’erogazione di una serie di servizi ecosistemici.”

Analizzando l’aspetto pratico è possibile comprendere con maggior chiarezza questi sistemi attraverso degli esempi. La World Bank si impegna a creare programmi nei Paesi in via di sviluppo, e non solo, con l’obiettivo di mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici attraverso le NBS. Dal 2012 ha sostenuto oltre 100 progetti in 60 Paesi con lo scopo di perseguire i 17 obiettivi dell’Agenda 2030.

A Colombo, Sri Lanka, sono state inserite in contesti urbani delle aree umide come opera di ritenzione idrica in caso di alluvioni. La rapida urbanizzazione e la mancanza di una pianificazione adeguata delle città hanno comportato una diminuzione della capacità di assorbimento delle precipitazioni da parte del suolo, incrementando il livello di degrado sociale ed economico. Ciò è stato superato grazie all’inserimento di aree verdi capaci di assorbire le piogge. Queste ultime una volta raccolte possono essere riutilizzate nell’ambiente urbano per soddisfare le richieste di acqua dei vari servizi presenti.

Il problema degli alluvioni non riguarda solamente le città dello Sri Lanka o dei Paesi in via di sviluppo, anzi, nell’ultimo decennio anche il nostro territorio è stato colpito da molti fenomeni simili, creando molteplici disagi. Secondo il rapporto dell’ISPRA 2018, “Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio”, oltre nove milioni di abitanti sono residenti in aree esposte a rischio di alluvioni. Da ciò emerge come sia necessario prendere dei provvedimenti per limitare i danni da inondazioni anche nel nostro territorio. L’inserimento di aree verdi potrebbe condurre a benefici sotto molti punti di vista.

Oltre alla prevenzione di alluvioni urbani, le soluzioni naturali sono state utilizzate per prevenire le inondazioni ed erosioni delle coste. Gli strumenti maggiormente utilizzati sono: le dune, le paludi salmastre e alcune specie di piante, come per esempio la mangrovia. Le aree verdi sono in grado di migliorare la qualità dell’aria (tramite la fotosintesi infatti riescono ad assorbire la CO2 e altri gas emessi dall’uomo), regolare il microclima urbano e fornire servizi di depurazione naturale delle acque (fitodepurazione, tema trattato con l’articolo del 21 dicembre 2020). Inoltre, offrono l’opportunità di creare zone di ricreazione e svago per i cittadini.

Nel territorio fiorentino è presente una realtà specializzata nell’applicazione delle soluzioni naturali in vari contesti, quali: agricoli, turistici e urbani. I progetti vertono maggiormente nella raccolta delle acque di scarico delle diverse attività, in seguito viene utilizzata la fitodepurazione per l’estrazione delle sostanze chimiche e biologiche in eccesso rispetto ai parametri prefissati dalla legge. I progetti sono stati applicati prevalentemente nel territorio italiano, ma l’azienda ha partecipato anche a programmi internazionali con lo scopo di portare le proprie conoscenze in territori in cui emergono delle difficoltà nella gestione delle risorse ambientali. La maggior parte dei progetti portati a termine hanno dimostrato come le NBS possano essere dei validi strumenti per la gestione delle acque e la riqualificazione del territorio. Nonostante i tanti benefici che si possono ricavare da queste soluzioni, purtroppo ancora prevale una visione antropocentrica. L’uomo modella la natura in funzione dei suoi bisogni, partendo dal presupposto che determinate risorse siano presenti in modo illimitato in natura. Ma così non è. Per questo motivo è necessaria una riflessione sul rapporto uomo – natura, in fin dei conti il nostro pianeta dispone di tutti gli strumenti per sostenere i propri cicli, sta all’uomo decidere come utilizzarli.

In conclusione, le soluzioni basate sulla natura danno la possibilità di migliorare il benessere generale nelle differenti circostanze in cui vengono applicate, offrendo anche l’opportunità di rigenerare zone che si trovavano in uno stato di degrado e pianificando le aree urbane sotto la filosofia di smart cities.

Lisa Pieroni